I 40 anni di “Vado al massimo” e altre storie

Leggendo dell’anniversario di 40 anni di Vado al massimo di Vasco Rossi, mi è venuto in mente un mio racconto, tratto da Storie di irregolari, ispirato proprio a una rockstar italiana alle prese con sballo e droga.

Ho attinto proprio al periodo a cavallo tra gli anni di piombo, devastati dall’eroina e il futuro nuovo benessere.

1982, 1983, gli anni in cui Vasco (Rossi), si suppone abbia dato il “massimo” sia in termini di creatività, che di spericolatezze varie. Anche nella mia breve storia vi è un evidente accostamento tra l’uso di sostanze ed edonismo. Come se l’annientamento del corpo facesse parte di un programma previsto e organizzato per dare il meglio di sé. Del resto, anche la stessa Vado al massimo, si regge sull’equazione “vado a gonfie vele”, mentre si  assume droga (l’andare in Messico). E il vero paradosso è,  secondo la stessa ammissione di Vasco, che questa canzone era stata scritto quando il cantautore era “nella merda”.

Il “finire male” fa parte del gioco, è un’assunzione di principio, consapevole e d’altronde il protagonista del racconto, così lo spiega:

Comunque sia, per diventare trasgressivo bisogna fregarsene degli altri, bisogna disprezzare quelli che non ti sostengono oppure bisogna stoicamente sopportare i rischi di una trasgressione, a costo di farsi dare del matto  o di rischiare la vita. (…) Io ho sopportato quel che c’era da sopportare, conscio che si può essere sballati solo per un periodo della vita, giusto per toccare il limite, poi  si deve tornare a galla.

Ma cosa si cela dietro il successo di una rockstar italiana? Cosa si nasconde dietro le sue trasgressioni? Tutto quello che non viene raccontato nelle interviste, ma che il lettore vuole sapere. Interessa il lato umano, giù dal palco.

Diario di una rockstar è una confessione allo specchio, utilizzando la voce in prima persona di un personaggio che, se volete, potete far coincidere con Vasco, ma anche con qualsiasi anima inquieta, perplessa, impaurita dal tritacarne dell’industria dello spettacolo.

Nell’artista di successo convivono la persona normale, umile e l’archetipo del dio umano, che può tutto e gli è concesso tutto. Un cantante che può avere ancora il lusso di ricordare il consumo spirituale e “artistico” legato alle sostanze stupefacenti, in un’epoca pre-aids, pre-trap. Un’epoca dove si era giudicati molto di più, ma si rischiava forse meno emulazioni nelle persone più fragili, l’82, l’ 83.

Il racconto è a ritroso, affronta la gloria, mentre conclude con la saggezza, la salute, la tranquillità, quella tranquillità che è però anche la morte del successo discografico, il ritiro dalle scene, la fine di un’epoca, un ripulirsi che è anche fare tabula rasa, un cambiare vita.

Basta eroismi, basta illusioni, solo principio di realtà. Come la tristezza della fine dell’adolescenza, guardarsi allo specchio e fuggire.

Da qualche parte si viaggia….c’è sempre una fuga verso un altrove.

A questo punto erano meglio gli anni dello sballo o la stasi di un meccanismo in movimento, ma controllato, prevedibile?

Si può tendere al massimo e tornare indietro, rallentare. Forse l’unica cosa che conta è portarsi dietro un’esperienza quale che sia, ma senza pentirsi mai.

In fondo la vera trasgressione non può esistere se non ci si vuole quel minimo di bene per sopravvivere o non farsi totalmente male.

La vita, come la corda di una chitarra, si può strapazzare, ma non si può spezzare durante un concerto.

Credo che in fin dei conti il mio protagonista, che ha ascoltato tutte le canzoni di Vasco, abbia recepito molto bene questo messaggio.

Quando tocchi il fondo vieni su/ Vieni fuori oppure non ci vieni più

(Cosa c’è, Vasco Rossi, Targa/Carosello, 1985)

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