La narrazione della pandemia

L’argomento proposto oggi, il primo del 2022, non è nuovo, anzi, soffre di una incredibile quotidiana rappresentazione della ripetizione.

Trattasi della pandemia da covid 19, un argomento che per la psicologia collettiva potrebbe e dovrebbe considerarsi saturo ed esaurito, dopo ben due anni.

Sì, perché la pandemia esiste, non lo si deve negare, però esiste soprattutto la sua narrazione.

Qual è il modo di narrare pandemico?

Oggi si assiste a una necessità di narrare che nasconde a tratti la stanchezza…la TV, il web, le radio devono adempiere al loro dovere di informare, ma si piò avvertire un profondo scollamento tra quello che si deve dire e quello che non si vorrebbe fare.

Le parti di questo racconto suscitano in noi sollievo o preoccupazione; all’estremo, la stessa assenza di narrazione paradossalmente porterebbe alla fine della pandemia. E sarebbe molto semplice, far sparire il covid in questo modo.

Se non se ne viene colpiti direttamente, la pandemia esiste nell’orizzonte collettivo di una narrazione ed è proprio l’omissione di certe informazioni a fare la differenza. Il covid continuerebbe ad esistere nell’ignoranza dei più, come spesso molte cose esistono senza che siano riferite e senza che turbino eccessivamente la popolazione (inquinamento, alto tasso di criminalità o di incidenti stradali).

I negazionisti hanno fatto leva su questo aspetto, l’uso delle informazioni per esaltare od occultare realtà e situazioni che non sono in nostro potere.

La narrazione pandemica, che per farla breve, si riassume nella statistica dei contagi e dei vaccini, implica però la fiducia. Solo con una fiducia positiva salvifica possiamo accettare il potere.

Se questa fiducia viene meno (ed è spesso accaduto) si assiste a una profanazione dell’autorità costituita.

Il problema di chi subisce l’autorità nasce quasi sempre dalla frustrazione dell’impotenza. Le scelte sono sempre quelle di accettare o non accettare, senza possibilità di discussione, con relative assunzioni di responsabilità.

Ora però il paradigma sta lentamente cambiando: se prima l’informazione era ritenuta importante per tutelare la nostra salute, ora sembra quasi che sia proprio il disinformare una possibile ancora di salvezza. La sempre maggiore copertura vaccinale ammette la possibilità di rischiare.

Il rischio è libertà: libertà di sputare sul covid, di presagire la vera normalità, quella che ancora non si è vista. Omettere le informazioni sarebbe forse il vero gesto trasgressivo di oggi.

Così accanto a un’informazione scientifica che protegge la nostra incolumità fisica, la disinformazione giornalistica lo fa dal punto di vista psicologico.

La tentazione di liberarsi dal covid per via mediatica comincia a essere discussa dai governi, con non pochi dubbi e preoccupazioni. La selezione dei dati di contagio è una strada che appare essere percorribile, occupandosi soltanto della casistica grave.

Lo stato di emergenza è, per certi versi, prolungabile per l’eternità (basterebbe volerlo, anche cambiando le leggi) ma del resto, non può essere protratto eccessivamente. Anche il benessere psicologico ed economico di una nazione è ugualmente importante.

Esiste un modo di dire: “il gioco è bello quando dura poco”

Ecco, questo gioco dura da due anni. Se il prolungamento continuerà a protrarsi per tanto tempo, credo che la narrazione del covid segnerà per sempre una grande tragedia dell’umanità, un apocalittico incubo mondiale da cui ci si può sottrarre solo con la morte.

E credo che senza mancare di rispetto a chi ha visto entrare il covid dalla porta principale della propria vita, il bisogno di libertà, il ritorno a poter decidere in sicurezza della propria vita, sia ormai il sogno proibito di molti, uomini, donne, ma soprattutto bambini.

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