Raccontare il coming-out: mistero e rivelazione

Da molti anni ormai si sente spesso parlare di coming-out, sui social o sui media.
Da non confondere ovviamente con outing, che non è la dichiarazione volontaria da parte del diretto interessato, bensì il semplice rendere pubblico da parte di terzi l’omosessualità di qualcuno senza il suo supposto consenso.
Nel mio ultimo libro, Happy pain,  ho trattato  anche quest’argomento. Mi sono, cioè, appropriato del termine coming-out, a proposito del BDSM. Questa pratica, è spesso considerata da taluni come un modo di essere connaturato a sé stessi, un modo per espandere i propri confini e trovare un proprio spazio di benessere interiore e di armonia.
Ecco, dunque, le ragioni per cui mi sono preso questa libertà, dimenticando per un momento lo stretto legame tra coming-out e omosessualità.
A tutti gli effetti, se pensiamo a una metafora narrativa, un terreno comune esiste: il coming-out esteriore di fronte al nostro mondo-ambiente, è il risultato della confessione alla fine di un giallo, preceduta da un segreto, da degli indizi, dal vivere in incognito.

Si compie qualcosa, si fa una dichiarazione che ha il potere di rovesciare le carte in tavola…..il potere del coming-out!

 

Uno immaginava, non immaginava,  sapeva oppure trova conferma dalla rivelazione, così come invece tutto è un lampo a ciel sereno, “ma chi l’avrebbe mai detto”?
Quello che hai sempre creduto, non è come appare! La vita intima di una persona ha il potere di cambiare la sua reputazione pubblica in altre sfere.
La trama del film o del romanzo segue una svolta, in certi casi non si può più tornare indietro.
La “brava” persona è un colpevole oppure è semplicemente un’altra persona, con una seconda pelle…e bisogna accettarlo.
Ecco, ma il punto è proprio questo: il coming-out, nasconde come in un gorgo recondito, l’idea del mistero e del proibito.

Perché, dunque, si tiene nascosto alla gente un modo di essere del nostro stesso essere? Il coming-out è la soluzione?

 

Io penso che le scuse del rispetto degli altri, dell’ inopportuno, dell’esibizionismo, siano, per quanto valide, altrettanti segni di inadeguatezza di fronte al problema principale: la vergogna e la paura. E credo che legittimamente si ha più paura di conseguenze reali del proprio agire, piuttosto che di giudizi sterili formulati per lo più da gente che non si conosce.
Se si è convinti di essere o fare una cosa giusta, le critiche non ci toccano.
Di un’ingiuria o di una presa in giro ce ne freghiamo,  ma una discriminazione palese o un allontanamento forzato ci preoccupa come minimo un po’ di più.
E allora il coming-out, esce dal libro giallo, da un sintomo di colpevolezza, passa su un altro piano, quello della disamina storico-critica.
Il coming-out si fa serio, uscito dal giallo, smette di essere un espediente narrativo pirandelliano, che serve per provocare le persone, per vederne le reazioni o per rivoluzionare la propria vita-storia individuale.

E’ giusto o sbagliato fare coming-out? E’ giusto o sbagliato averne paura? E perché, nel caso, si ha paura o pudore?

 

A seconda di come noi rispondiamo, le soluzioni sono affidate a un livello ancora superiore: il coming-out viene processato prima dalla società e poi dalla prassi politica.

 

La sociologia si interroga, la politica di occupa del fare.

 

Il coming-out serio, uscito dal giallo, diventa un problema, ma per cessare di esistere, dev’essere in quanto tale abolito dalla politica.

Cioè?

 

Non è più solo il singolo a decidere di se stesso nella sua piena solitudine, ma è la politica che gli indica la strada del potere o non poter farlo.
Un chiaro indirizzo politico determina la possibilità di incidere anche sui costumi e di conseguenze cambiare certe forme di mentalità, in meglio si spera, ma anche in peggio.
Anche nelle sue forme più repressive la politica abituerà il cittadino a non porsi più nella necessità del rivelare….
Ma torniamo, più che altro, al modo di raccontare il coming-out
Considerato che viviamo in una società, non ancora pienamente liberata dal punto di vista sessuale e affettivo:

Se tu vuoi fare coming-out,  hai mai provato a chiederti:

 

  • Cosa sono disposto a rischiare e a rinunciare come conseguenza della mia decisione?
  • Posso davvero vivere meglio se faccio coming-out?
  • Meglio che lo faccia da single o quando sono in coppia?
  • Voglio fare questo passo per eroismo epico-politico o perché davvero voglio cambiare la mia vita?

….e se qualche domanda ti ha messo nel dubbio, puoi sempre affidarti al diritto alla privacy.

 

Il coming-out non è un obbligo in sé, ma se proprio lo deve essere, è solo per star bene con se stessi. Se non si è Gabriel Garko, non c’è bisogno di farsi pubblicità!

SE TI E’ PIACIUTO QUEST’ ARTICOLO, PERCHE’ NON LO CONDIVIDI?

Lascia qui il tuo commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: