Sappiamo raccontare?

Il racconto in forma scritta è un testo di qualunque origine che dispiega un movimento: da una partenza a una fine, da una fine a una partenza, a ritroso. Rimando a tal proposito al mio precedente post, nel quale discuto propriamente sulle doti di scrittura.

Questa volta, però, volevo affrontare il racconto da un punto di vista diverso, quello orale, della vita di tutti i giorni, in presenza. Quindi non un racconto artistico, ma un modo di comunicare con gli altri, che, però, può divenire anche un modo per “illuminare” qualcuno. Sì, uso questo termine perché lo ritengo il più adatto.

Saper “illuminare” non vuol dire sapere raccontare lo straordinario o l’inconsueto e nemmeno raccontare in forma orizzontale con la necessità di trovare per forza un finale. Semplicemente significa delucidare, informare su qualcosa con l’arte della meraviglia. Chi racconta prima di preoccuparsi di cosa raccontare, deve primariamente interessare e “scaldare” l’interlocutore. E quel calore oltre a illuminare deve anche alimentare il piacere per l’interesse verso un’altra persona, la voglia di reincontrarla o di ricordarla.

Estremizzando, si può, quindi, raccontare qualcosa senza capo né coda, ma lasciare in qualche un modo un segno.

Il punto è però è che i nostri racconti di vita sociale, le nostre narrazioni quotidiane che fungono da topic o anche da pubblicità per noi stessi, sono per la stragrande maggioranza dei casi estremamente noiosi.

Siamo sicuri che sappiamo raccontare? Abbiamo idea di cosa stiamo raccontando, di come lo stiamo facendo? 

Innanzitutto, oggi viviamo di immagini e questa preoccupazione di apparire porta con sé l’essenzialità del messaggio (ovvero: “non è necessario spendersi in troppe parole, perché tutto è già implicitamente esibito”). Talvolta molti non raccontano perché pensano che sia un’ inutile energia, che evoca lentezza e imbarazzo.

Oppure molti raccontano, ma nella forma del pettegolezzo, che a suo modo è una costellazione di immagini astratte, non metabolizzate, non digerite. Sono notizie che provengono dal sentito dire o dalla violazione di un patto di riservatezza con la persona in questione. Sono racconti in scatola, surgelati, bell’è pronti. Non provengono dal profondo, dal nuovo.

Raccontare i fatti degli altri assenti, in fondo, permette illusoriamente di rendersi sapienti agli occhi di terzi, senza, però, dare un apporto personale e profondo all’ argomento, mettendoci la faccia.

Chi è pettegolo è fondamentalmente non interessato agli altri, mette in campo se stesso utilizzando gli altri come pedine virtuali.

Nel racconto pettegolo c’è il bisogno di approvazione del pubblico (ridere o criticare negativamente terzi per lo più). 

L’altra situazione tipica è far morire il racconto attraverso l’egocentrismo esasperato, stavolta evidente.  Chi racconta, in questo caso, si parla alla specchio, non è interessato a chi ascolta. Un testo ha bisogno ed ha rispetto di un pubblico. Ignorare chi sta ascoltando il nostro racconto, significa non-raccontare.  Egocentrismo e narcisismo sono le dirette conseguenze del culto icone social e della mediasfera, per del culto performante dell’apparire. L’ossessione di avere qualcosa da dire uccide paradossalmente il racconto. Il racconto diventa uno scarto, è vomito che ci amareggia e ci infastidisce. E’ ciò che fa star meglio chi lo butta fuori e male chi lo riceve o la assaggia.

Risposta: No, non sappiamo raccontare. Non siamo gente interessante.

COSA VUOL DIRE QUANDO SI DICE CHE UNA PERSONA E’ INTERESSANTE?

Partiamo dal presupposto che la vita di una persona non è interessante se non si sa raccontare. Può essere anche un premio Nobel e aver girato l’intero globo, ma potrebbe essere ugualmente noiosa. E il racconto deve “illuminare”, deve avere una buona dose di amore per gli altri, calibrando ironia, sentimento e informazione.

L’illuminazione si gioca sulle attese, sulle buone partenze, sugli arresti al momento giusto. La persona che sa raccontare deve dare spazio anche al racconto degli altri, deve trovare analogie giuste, umorismo, con quello che sente raccontato per poter intervenire.

Il racconto attivo, inoltre, deve abbondare, ripetiamolo, di ironia, di sentimento e di argomenti anche privati. L’ironia non si fa con la volgarità e i fatti privati non sono “da piccolo venivo allattato 4 volte al giorno.”

Il privato non può essere superfluo, si racconta senza vergogna, con efficacia, stile e garbo. Ma si racconta. Una persona che non racconta mai quello che prova nel suo intimo, ma elenca in modo sterile una serie di problemi di lavoro, non saprà mai illuminare efficacemente. Bisogna anche trovare il contesto giusto per far valere certi argomenti. Il sabato sera il lavoro non dà attrattiva, anche se è un fatto privato.

Ma il narratore non illuminerà nemmeno se racconterà soltanto fatti privati, decontestualizzati, finalizzati alla crescita del proprio ego (ad esempio il bisogno di conforto o di conferme).

IN DEFINITIVA……

La persona interessante è quella che si sa proporre in pubblico,  miscelando l’ascolto e il racconto, i fatti e i sentimenti. E’ anche quella che, come in ogni buon romanzo che si rispetti, distribuisce suspense attraverso la reticenza. Lascia indizi e interrogativi su di sé. Sa raccontare con le parole, ma anche con lo sguardo, col silenzio. La persona prevedibile non è interessante. Inutile dirlo, però, meglio un silenzio in più che parlare al momento sbagliato.

La persona noiosa non ha slanci di furore, è ripetitiva. Il racconto che ripete sempre le stesse cose non è avvincente. Non c’è poesia, non c’è meraviglia nella noia.

Ok, per adesso è tutto. Alla prossima volta!

E tu sei noioso o avvincente?

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